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10/04/2017
'Patologie disfunzionali del sistema deambulazione: Nuovi orizzonti'
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14/03/2017
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Missione

La terapia delle patologie disfunzionali dell'apparato locomotore

La patologia disfunzionale dell’apparato locomotore è definita come l’alterata funzione dei componenti del sistema somatico: ossa, articolazioni, strutture miofasciali e relativi elementi vascolari, linfatici e neurologici, senza alterazioni anatomiche e/o istologiche degli stessi, né infiammazione.

Tale definizione è stata coniata nell’Hospital Adaptation of the International Classification of the Disease, 2nd ed. 1973.

I criteri diagnostici per identificare la Disfunzione somatica sono 3:

“A” (Asymmetry) : Asimmetria delle parti strutturali e funzionali del sistema muscoloscheletrico (es. altezza delle spalle, funzione della gabbia toracica, altezza del bacino…)  
“R” (Range) : Range di movimento di un’articolazione, di una serie, di un distretto muscoloscheletrico. Il range di movimento può essere alterato perché aumentato o diminuito (più frequentemente diminuito) ed è valutato con movimenti passivi e attivi.
“T” (Texture) :  Consistenza dei tessuti molli del sistema muscoloscheletrico (pelle, fasce, muscoli, legamenti…) valutata con l’osservazione e test palpatori.

Si calcola che nel mondo occidentale soffrano di patologie della colonna ( S.A.V.) tra il 60% e l’80% della popolazione.

Nachemson afferma che solo nel 2% di pazienti affetti da S.A.V. (sindrome algica vertebrale) è possibile formulare una diagnosi eziologica organica e che il 98% delle S.A.V. sono di natura disfunzionale.

Il National Institute of Occupational Safety and Health (NIOSH - USA) pone il Low Back Pain al primo posto nella lista dei dieci problemi di salute più rilevanti nei luoghi di lavoro.

Inoltre Frymoyer JW. definiva già nel 1984 il Low Back Pain “la Nemesi della Medicina e l’Albatros dell’Industria”, questo perché l’uso di presidi farmacologici e/o fisioterapici spesso non assicurano risultati certi e duraturi.


Per questi motivi sempre più ricercatori si dedicano allo studio ed alla sperimentazione di nuovi
protocolli terapeutici.

In un recente articolo apparso su Lancet, il Dott. Anderson offre una vivida documentazione dell'impatto del mal di schiena cronico nelle società industriali.
Negli Stati Uniti è la causa più frequente delle limitazioni delle attività lavorative negli individui con meno di 45 anni, la seconda ragione più frequente per le visite presso un medico, la terza più comune per interventi chirurgici.

Un numero enorme di persone, circa il 17% di tutta la popolazione lavorativa americana, riceve ogni anno compensi dalle assicurazioni per il mal di schiena.
Il mal di schiena esige un tributo altrettanto pesante in Europa.
In Gran Bretagna è responsabile del 20% di giornate lavorative perdute per malattia.
In Svezia, negli ultimi 30 anni, ha causato dall'18% al 32% delle giornate di lavoro perse.
Soprattutto, afferma Anderson, in un solo anno il 22% di tutta la popolazione svedese assicurata contro le malattie, è stata registrata almeno una volta con la diagnosi di mal di schiena.

Anche in Italia, da statistiche ISTAT sullo stato di salute della popolazione, è risultato che le sindromi disfunzionali dell’apparato locomotore sono le malattie croniche più diffuse e risultano al secondo punto della classifica delle cause di invalidità.

Gli Istituti di Medicina del Lavoro hanno pubblicato studi indicanti le patologie croniche del rachide come prima ragione nelle domande di parziale non idoneità al lavoro specifico; le patologie acute dell’apparato muscolo scheletrico, anch'esse spesso riconducibili a squilibri posturali, al secondo posto (dopo le affezioni delle vie respiratorie comprendenti anche le sindromi influenzali).

Per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro, la lesione da sforzo (nel 60-70% dei casi rappresentata da una lombalgia acuta), si può anch’essa ricondurre a una misconosciuta sofferenza del sistema tonico posturale, che porta a fenomeni di squilibrio acuto, per carichi eccessivi a cui il fisico non è preparato.

Negli ultimi dieci anni di studi e ricerca, la Dottoressa Maria Antonietta Fusco ha dato vita ad una disciplina medica coperta da brevetto internazionale, avendo intuito, per prima, la chiave di lettura e l’indirizzo terapeutico valido nelle patologie disfunzionali, ottenendo risultati costanti e controllabili, non solo sui sintomi dolorosi, ma anche riducendo l’impotenza funzionale e le asimmetrie corporee in pazienti di tutte le età.